Oggi vi parlerò delle serie migliori scoperte in quest’anno e dei libri che non ce l’hanno fatta
Verso la fine dell’anno ci sono tantissime cose da fare: preparativi per le feste, sopravvivere alla digestione e fare bilanci di vario tipo, compresa la lettura.
Quest’anno ho scoperto delle nuove serie che mi stanno appassionando, ma ho anche adottato una nuova politica: non esito più a mollare i libri brutti. In passato lo facevo molto più raramente, ma quest’anno in particolare ho finito per rendermi conto che la vita è troppo corta per sprecarla così.
Se uno paga un biglietto per un film, ma poi si rende conto che è orribile o non gli piace per gusti personali o pubblicità ingannevole, ha tutto il diritto di mollare e andarsene; perché non dovrebbe valere la stessa cosa per i libri?
Come augurio per l’anno nuovo imminente, partirò dai libri non finiti per poi arrivare alle serie più belle.
I libri che non ce l’hanno fatta sono otto e il primo è stato uno schiaffo in faccia già all’inizio dell’anno. Risale a gennaio il mio tentativo infelice di leggere Sasaki and Peeps. È una serie di cui avevo sentito parlare piuttosto bene: un impiegato di mezza età compra un canarino per compagnia, solo per scoprire che quest’ultimo è abitato dall’anima di un mago potente di un’altra dimensione. La premessa non suona male, peccato che diventi molto presto una palla mostruosa. La prosa si trascina in modo frustrante, risultando o lentissima, o facendo succedere trecento cose a caso in un secondo e non lasciandotene capire nemmeno una. Se chiedete a un bambino di inventare una storia, il risultato sarà molto superiore a questo libro in quanto a logica interna e passione. Se l’autore avesse chiesto a chatGPT di assemblare quanti più cliché possibili, il risultato finale avrebbe molta più passione e coerenza di questa roba. Arrivare al 45% è stata una faticaccia immane; più andavo avanti e meno avevo voglia di proseguire, non solo per la prosa, ma anche per la pessima gestione delle noiosissime scene d’azione, della costruzione del mondo e dei personaggi. Se il lettore e il protagonista hanno delle domande, la risposta non dovrebbe essere “perché sì”, ma qualcosa che li spinga a indagare o fare qualcosa di interessante. Esistono persone con poteri particolari riunite in associazioni pro e anti-governative e nessuno si è mai accorto di nulla, nonostante trilioni di telecamere e persone sempre in giro? “Perché sì”. Perché e come il mondo da cui proviene il mago è noiosissimo e uguale identico al Set Base Fanta-Medievale Da RPG? “Perché sì”. Perché gente con decenni di esperienza e tanti successi fa un errore evidente a chilometri di distanza che porta alla morte decine di persone proprio non appena il protagonista si unisce ai loro ranghi? “Perché sì”. Perché tutte le donne che incontra il protagonista, persino tra i nemici, sono minorenni vestite in modo vistoso col 98% di possibilità di innamorarsi di lui e volerci andare a letto? “Perché sì”. Il ripetersi dei “perché sì” e specialmente dell’ultimo mi ha completamente fatto passare la voglia di proseguire.
Il buco dell’acqua seguente risale a marzo ed è intitolato The otome game heroine’s fight for survival. Ho letto e apprezzato un sacco di storie dove la protagonista si ritrova a vivere in un simulatore di appuntamenti con in mezzo politica e magia; se va bene c’è una costruzione del mondo interessante e tutta da indagare, personaggi con un minimo di complessità nonostante i cliché e dose variabili di romanticismo e intrighi. Qua no. La protagonista è la futura eroina di uno questo giochi (ora un mondo), destinata a essere contesa tra più uomini; avuta una visione di questo futuro (che con mia enorme frustrazione non viene mai sviscerata) ne è disgustata, uccide la pazza che aveva cercato di prendere possesso del suo corpo, va ad ammazzare la pessima direttrice dell’orfanotrofio e il resto della storia sembra la trascrizione di una sessione di DnD con personaggi bambini che partono dal livello 1 e si allenano soli nella foresta. Dopo un 24% di morti sanguinose, e una protagonista asciutta e spietata come una macchina che compie azioni interessanti come tirare pietre contro un albero per un intero pomeriggio, l’ho mollato e non lo rimpiango.
A fine aprile è stato un altro titolo a ricordarmi che il genere di lit-RPG è tutt’altro che esente da libri schifosi: Dungeon dive: aim for the deepest level. In un mondo dove esistono strutture sotterranee piene di mostri e tesori chiamate dungeon, compare a casissimo un giovane dal nostro mondo. Si stava prendendo cura della sorella disabile, non sa come è arrivato lì e vorrebbe tornare indietro. Secondo la quarta di copertina, questa motivazione lo spingerà a diventare un avventuriero per arrivare al livello più profondo del Dungeon più arduo, dove alberga un essere capace di esaudire i desideri – e a quel punto chiederà di tornare a casa. Questa è l’aspettativa: peccato che TUTTO (eventi, azione, personaggi, magia, mondo) sia descritto nel modo più lento e asettico immaginabile. Impossibile empatizzare col protagonista – che menziona la sorella giusto per una riga e ragiona come un computer – e tantomeno con la guaritrice pazza che lui incontra per caso e sempre a casissimo si innamorerà di lui e ne diventerà una stalker che non esiterà a molestarlo sessualmente. A quel punto, comprensibilmente, lui cercherà di rifarsi una vita altrove come cameriere abbandonando l’idea di affrontare i dungeon. Qua è fin dove sono riuscita ad arrivare. Niente è interessante, niente mi ha preso, niente mi tratteneva dal mollare questo libro.
La delusione successiva risale a luglio: Babel. Una studentessa si ritrova catapultata in un altro mondo dove esiste una magia legata alle parole. Suona interessante, peccato che la prosa sia lentissima, asettica e asciutta e la protagonista non abbia né personalità né motivazione. Se a pagina 5 succedono delle cose, lei si renderà conto della prima a pagina 500. Non ci sono arrivata, ma questa storia è così lenta che mi sembrava di essermi trascinata per duemila pagine quando ero arrivata sì e no alla trentesima. Il mondo mi è sembrato quello solito da ennesimo discount di Tolkien. So che all’inizio certe storie possono trascinarsi, ma quando ho provato a sbirciare in avanti i problemi con la prosa lenta e asettica erano ancora tutti lì. Allora ho mollato.
Un mese dopo ho compiuto l’infelice scelta di affidarmi agli sconti e provare il primo volume di Demon Lord 2099. È una popolare saga cyberpunk dove un re demone viene resuscitato dopo essere stato sconfitto da un eroe, e deve raccapezzarsi del fatto che sono passati secoli e il mondo in cui si trova è una fusione tra il suo nativo e la Terra; è un pianeta inabitabile, tranne per alcune colossali città-Stato ipertecnologiche ora popolate non più solo da umani. Se non ha l’inizio più spiegone lento della Storia della letteratura, ci va molto vicino, e tutte le cose fighe menzionate non possono salvarlo. Pagine e pagine di ricapitolazioni che lasciano più di una perplessità, stile asettico, personaggi mono-dimensionali, cliché a perdita d’occhio … non ho potuto non mollarlo. Non giova il fatto che il genere cyberpunk (e il distopico) non mi attira affatto. Non sempre le uscite dalla propria comfort zone letteraria vanno a buon fine.
A ottobre ho tentato invano di farmi piacere Super Mario manga mania, un manga comico-demenziale che avevo trovato in traduzione italiana al Salone del libro. Sfortunatamente, non mi ero resa conto di quanto lo humour fosse scatologico e scurrile, o non l’avrei comprato. Nemmeno lo stile di disegno mi è piaciuto. Mi è bastato leggere il primo capitolo per farmi completamente passare la voglia di proseguire – ma se apprezzate questo tipo di comicità, a voi potrebbe piacere.
Nello stesso mese ho iniziato a leggere un libro che mi dispiace mettere in questa lista, perché è di buona qualità: la premessa è figa, la prosa niente male … ma i personaggi, il genere e alcuni tropi non mi sono piaciuti per motivi personali. Sto parlando del primo volume della serie La mesmerista. In un’Europa ottocentesca dove esistono persone col potere di manipolare la mente, l’Italia è rimasta indietro nel legalizzarli – c’entra qualcosa il fatto che persone di questo tipo assoldate dagli austriaci abbiano fatto fallire moti risorgimentali e compiuto stragi orrende. (E già il cliché “faccio parte di una minoranza, ma la minoranza in questione ha poteri oggettivamente terrificanti” non mi fa impazzire). La protagonista compie scelte che ho trovato stupide e poco logiche e ha un carattere così alieno rispetto al mio che mi è stato piuttosto difficile empatizzare nonostante la situazione difficile in cui si trova; fuggita dall’impero asburgico e allontanata dalla famiglia, è in Italia a tentare di sopravvivere come può. Sfortunatamente, questa conoscenza non è bastata per farmi digerire il suo carattere saccente, arrogante, brusco ed estroverso. Il suo punto di vista è pieno di commenti su come lei la sappia meglio di tutti e il resto del mondo sia pieno o di stupidi che non capiscono niente da manipolare a proprio vantaggio, o di cattivi stupidi che non capiscono niente da evitare. Un’altra cosa che non mi è piaciuta per motivi personali è il genere: fantasy di intrigo, con mille personaggi che nascondono cose sia al lettore sia alla protagonista e furti/crimini da commettere in silenzio. L’intrigo è un ingrediente che non mi dispiace nel fantasy, ma non se è quello principale; se per te che leggi non dovesse essere così, ti stra-consiglio questa serie.
Risale a meno di una settimana fa di questo dicembre l’ultimo libro della lista: The devil is a part-timer. Un re demone di un mondo di spade e magia fugge dall’eroina sul punto di ucciderlo, e si ritrova nel Giappone odierno. Siccome la Terra è priva di magia, perde i suoi poteri e si ritrova a lavorare in una catena di fast-food per sopravvivere. Più tardi arriva l’eroina che perde i suoi poteri per lo stesso motivo e tra loro nasce una specie di strana amicizia. Lo stile non è male, ma nessuno dei personaggi mi ha preso. Sono arrivata al 40% con zero voglia di proseguire la storia, il mio interesse come una scintilla che si è spenta senza che si fosse mai accesa davvero. La storia si trascina a caso.
E ora che ci siamo liberati della negatività, ecco le migliori cinque serie che ho scoperto!
La prima in ordine di tempo è Reincarnated into a game as the hero’s friend: running the kingdom behind the scenes. Il protagonista si ritrova a vivere in un videogioco di ruolo come un personaggio di contorno, membro di un casato nobiliare menzionato una volta e poi sterminato durante l’assalto dei demoni alla capitale. Riuscirà a scongiurare l’avverarsi di questa e molte altre catastrofi future? Perché i demoni hanno deciso di attaccare il regno?
È una serie di cui mi sono innamorata per diversi motivi: uno di questi è la costruzione del mondo, così dettagliata da conferirgli un’anima precisa e scongiurare l’effetto Set Base Fanta-Medievale Da RPG. Un altro è come le meccaniche da videogioco siano integrate e vissute nella vita quotidiana; non è questione di macinare statistiche e numeri, ma di rispettare le capacità individuali e trovare risposte a domande che tutti gli appassionati di giochi di ruolo si sono posti almeno una volta. Ad esempio, perché le armi più potenti si trovano a fine gioco in posti a caso, anziché nella capitale dove circolano meglio soldi e oggetti vari? Perché vengono tirate fuori da scavi archeologici in aree remote e misteriose. Questo genere di “spiegoni” (uso le virgolette perché sono scorrevoli, sensati, mai noiosi o troppo lunghi) evita il “perché sì”, dota il mondo di un’anima e rende molto più facile seguire gli avvenimenti e il pensiero logico del protagonista e degli altri personaggi. Anziché vedere qualcuno che compie un’azione e aspettare duecento pagine o libri interi prima di capire il contesto, qua l’azione viene compiuta, si dà il contesto e si capisce perché tale azione sia vista come accettabile o no.
Il protagonista è un altro punto a favore: vuole sopravvivere, ma non è così cinico da non voler (almeno provare a) salvare quante più persone possibile. È una via di mezzo molto umana e credibile tra quei protagonisti ultra cinici “tutti sono cattivi, mi salvo io e il resto può andare in fiamme” e quelli ultra idealisti che si buttano in faccia al boss finale senza un’arma o uno straccio di piano. È metodico, pianifica molto, lavora duro e se necessario si butta in prima persona a combattere; non è un codardo, ma nemmeno un temerario senza cervello. Incarna la virtù della prudenza: se può evitare il pericolo lo evita, se può trovare un modo di affrontarlo in modo meno stupido lo fa, e se gli tocca combattere in prima persona per salvaguardare il resto del gruppo (e alterare eventi nefasti) lo fa senza esitare.
Mi ha fatto ridere un momento in cui, dopo essere riuscito a uccidere un mostro terribile, si accorge che il cavallo è scappato e deve rientrare all’accampamento a piedi.
È bello anche il rapporto che si viene a creare tra lui e l’eroe della storia; quest’ultimo è ispirato dal primo e lavora sodo per diventare il più forte possibile il prima possibile. Viceversa, il protagonista lo tiene in grande stima e sottovaluta sé stesso.
A popolare il mondo non sono personaggi non giocanti privi di volontà propria, bensì altri esseri umani con una propria storia, motivazioni, desideri… il protagonista se ne rende conto già nel primo volume e intensifica gli sforzi per ridurre al minimo le perdite contro l’invasione dei demoni.
Il protagonista ricorda la trama a grandi linee, ma questa realtà ha dettagli che ne divergono …
Il dettaglio del protagonista dal mondo reale che si ritrova a vivere in una storia è un cliché che ADORO. Mi consente di sospendere al meglio la credulità e indagare i cliché fantasy che amo da una nuova angolatura. Se il protagonista è prudente, ancora meglio.
Sword Saint Adel’s second chance parte da una scena che sembra appartenere alla fine di una storia. In un pianeta di spade, mostri e magia si è appena conclusa una sanguinosa guerra magica mondiale, ma Adel, il cavaliere che vi ha posto fine, non ha voglia di unirsi ai festeggiamenti dei sopravvissuti: nel corso del conflitto è morta la giovane che egli aveva giurato di servire dopo che ella l’aveva salvato. Ha il cuore pesante, ma appare una creatura magica mandata dalle divinità per ricompensarlo esaudendo un suo desiderio. Chiede invano di riportare in vita la fanciulla, ma apprende che è possibile tornare indietro nel tempo; pur sapendo che il fato cercherà nuovamente di ucciderla, accetta. Perde i sensi e si ritrova nel colosseo itinerante che l’aveva fatto schiavo e privato degli occhi anni prima della guerra e di incontrare la fanciulla. La differenza è che, oltre ad aver recuperato la vista, si ritrova in un corpo femminile formoso.
Ho girato gli occhi, ma viene fuori che non si tratta solo di fanservice: in quel mondo esiste un potere magico enorme attingibile solo alle ragazze e Adel dovrà farvi ricorso e attingere a tutte le sue conoscenze sul passato e le tecniche di combattimento per sopravvivere e salvare l’oggetto della sua devozione – NON sessuale, per una volta.
Ci sono scene d’azione ben coreografate, personaggi ben realizzati e una costruzione del mondo quanto mai intrigante.
Un altro potere magico esclusivamente femminile consente di tenere a bada i mostri, e senza di esso l’umanità non potrebbe resistere. Eppure, forze oscure tramano per uccidere la fanciulla amata, che ha questo potere in enormi quantità. Chi e perché? Com’è possibile che il tiranno sanguinario della prima linea temporale, ora sia uno dei buoni? Sarà vera la leggenda su come funzionino le torri e perché i mostri siano così aggressivi?
È una storia d’avventura che mi ha coinvolta nonostante qualche difetto – non mi piace il cliché del protagonista maschile che magicamente diventa una ragazza, ma se la storia non ci dedica troppo spazio e il mondo e il resto dei personaggi sono interessanti posso tollerarlo. Un paio di passaggi mi han fatto alzare le sopracciglia, ma il resto della storia è così coinvolgente che non mi importa.
Ho già detto che i personaggi sono interessanti e le loro storie sono legate alla missione di Adel e alla linea temporale passata? Anche gli oggetti magici che spuntano fuori hanno risvolti interessanti.
Arriviamo all’unico dark fantasy di questa lista, nonché uno degli unici che amo e riesco a leggere: Quality assurance in another world. Il protagonista è un programmatore rimasto intrappolato in un videogioco ultra-realistico assieme a decine di suoi colleghi. La differenza rispetto a tantissimi fantasy isekai con questa premessa è che il mondo di gioco rimane un mondo di gioco: ad abitarlo non sono esseri umani, bensì personaggi non giocanti. Inoltre, siccome il gioco non era ancora pronto, è pieno di errori di programmazione che possono causare distruzione dello scenario, morti improvvise, o destini peggiori della morte. Ad esempio uno dei colleghi del protagonista è rimasto conficcato nel pavimento dove sprofonda lentamente, un altro è diventato una specie di fantasma, un altro ancora è intrappolato in un loop continuo di morte e risurrezione … e non c’è alcuna garanzia che morire significhi tornare nel mondo reale.
Davanti a questa disgrazia, le reazioni sono quanto mai variate: se il protagonista decide di continuare il lavoro iniziale di segnalare gli errori di programmazione, altri decidono di commettere genocidi e torture ai danni degli NPC vivendo come dominatori assoluti, altri ancora tentano di adattarsi e comportarsi come fossero sempre stati abitanti di quel mondo e il mondo fosse vero …
La storia ha tinte esistenziali e metafore trasparenti sul (comprensibile) bisogno di escapismo, la droga e molti altri temi adulti. Il tutto senza mai smettere di essere una storia d’avventura ricca di azione, misteri, ambientazioni memorabili e trovate originali. I colpi di scena sono tantissimi, al punto che è praticamente impossibile prevedere i dettagli del prossimo casino e come ne verranno fuori il protagonista e il suo party di colleghi. Non manca nemmeno l’umorismo – necessarissimo per reggere la storia.
Ma su tutto, una domanda: chi e perché li ha confinati lì?
Dopo un po’ il lettore arriva ad aspettarsi che piovano di continuo casini e dolori, ma il come e il cosa continuano a eluderlo.
Se così non fosse, non sarei arrivata all’undicesimo volume con la voglia di continuare.
I parry everything: what do you mean I am the strongest? I am not even an adventurer yet! È un fantasy d’azione di cui mi sono innamorata a settembre. Immaginate il lato più avventuroso ed esagerato dell’epica dove l’eroe di turno ne combina tante, tante e ancora così tante che contemporaneamente applaudi e ridi, il tutto senza morti che non siano dei cattivi – in sostanza tutto quello che posso sognare di trovare in una storia d’azione. Il protagonista è un uomo così semplice da risultare stupido, ma non mancano personaggi più complessi e interessanti. Non aiuta che il piccolo regno dove vive il protagonista sia dimora di avventurieri estremamente forti con tendenza alla stupidità e opere mirabolanti a propria volta.
L’unica eccezione in tutto ciò è uno dei miei personaggi preferiti: Rein, il principe, l’unico col cervello funzionante in quel posto di bruti. Desidera che ad ascendere il trono sia la capacissima e potente sorella, ma prima deve trovare il modo di farla arrivare viva alla cerimonia di incoronazione. Difatti, la sorella è potentissima ma ha uno scarsissimo senso del pericolo, come il loro padre – che pur essendo il re, è un ex avventuriero di prima classe ancora in grado di farsi valere.
Tutta questa forza sarà necessaria per sventare gli attacchi nemici di nazioni confinanti e ogni sorta di orrori.
Tutto senza che il protagonista afferri mai la sua forza. Solo nel primo arco narrativo, para e respinge l’equivalente magico di una testata nucleare e in quelli successivi ne fa di più grosse.
Il potere del protagonista, sviluppato dopo anni di allenamento maniacale è appunto di respingere qualsiasi cosa. Sembra poco, ma non lo è. Assistere alla confusione dei nemici più potenti di lui non smette mai di essere divertente.
Il mondo è molto ben realizzato e plausibile, pieno di misteri ed è una gioia esplorarlo assieme ai personaggi.
Non che sia tutto rose e fiori: certi passaggi mi hanno commossa fino alle lacrime.
Non dimenticherò facilmente un volume in cui si arriva allo scontro finale dell’arco narrativo, solo per veder partire un lungo flashback che sembra iniziare a caso e coinvolgere gente a caso. Invece, viene fuori tutto il contesto di cui si aveva bisogno per afferrare chi sia veramente il boss finale–se prima facevo il tifo per i buoni, adesso provavo l’impulso di fischiare e applaudire ancora di più. L’azione è fantastica, idem la caratterizzazione dei personaggi, l’umorismo, le imprese, le avventure, i momenti di calma tra un casino e l’altro … ho adorato tutto.
E se mi metto a sproloquiare sui singoli personaggi ci viene fuori un saggio.
Magi Lumiere – magical girls inc è un manga di cui ho letto solo il primo volume, ma è bastato a farmi pazzamente innamorare. Unisce il tema universale del trovare il primo lavoro e posto nel mondo con uno dei miei filoni preferiti degli anime: le magical girls. In un mondo simile al nostro dove esiste una sorta di magia tecnologica, spetta a ragazze di varie agenzie di magical girls sbarazzarsi dei mostri che si annidano tra gli edifici e portare in salvo i civili. Non mancano personaggi eccentrici, piccoli misteri che verranno approfonditi, azione e rimandi precisi alla vita quotidiana da ufficio. Lo stile del disegno è una gioia per gli occhi.
È una sorta di realismo magico dotato di una certa leggerezza che ho apprezzato tantissimo.
Una menzione d’onore va al manga di Dandadan; due liceali finiscono per avere contatti ravvicinati assai pericolosi con alieni e mostri dall’Oltretomba. Uscirne vivi e fisicamente interi non sarà semplice. C’è un sacco di umorismo, azione e lo stile del disegno è a dir poco mozzafiato. Ci sono anche morali profonde; spesso e volentieri anche gli spettri più pericolosi hanno backstory umanizzanti degne di interesse.
Il rapporto d’amore-amicizia tra la protagonista e il nerd suo coetaneo è toccante, frizzante e sincero.
L’unico motivo per cui non l’ho inclusa nella lista è che dopo sette volumi letti di fila ho provato un forte senso di sazietà – problema che non è sorto quando ho fatto altrettanto con sette di Quality Assurance. Adoro Dandadan, ma a differenza di Quality assurance o One Piece, non è una serie adatta al binge – tra un volume e l’altro deve passare un minimo di tempo, o la mente del lettore finirà per esplodere.
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