skip to Main Content

Il mio viaggio in Germania

Il mio viaggio in Germania –storia di come un viaggio a primavera ha soddisfatto desideri, curiosità e domande che avevo dentro da anni

 

Premetto che non si tratta della prima volta che visitavo la Germania. Non ho ricordi particolarmente felici della mia gita scolastica a Berlino ai tempi del liceo, ma col passare del tempo la voglia di viaggiare e la curiosità hanno finito per avere il sopravvento.

Ho letto centinaia e centinaia di fantasy ispirati a luoghi realmente esistenti in Germania e mi sono detta: “ehi, non abito così lontana da quei posti, perché non andare a visitarli? Magari trovo l’ispirazione per scrivere qualcosa, e anche se non succederà, avrò visto cose nuove di grande interesse storico e artistico”.

L’idea di viaggiare da sola mi metteva a disagio, così ho fatto un tour di gruppo con Boscolo – con cui ero già andata a Vienna.

Viaggiare in pullman è stata lunga, ma non dover ammattire col peso dei bagagli, il check-in e tutto il resto del cerimoniale per salire sull’aereo non è stato affatto male.

Anche perché dopo un po’ il peso dei souvenir iniziava a farsi sentire. È stato comodo poterli lasciare in pullman.

La prima tappa è stata la città francese di Strasburgo, dove abbiamo visto il Parlamento europeo –solo dall’esterno – e passeggiato a lungo per le sue strade. Il quartiere di “Petite France” è così pittoresco che sembra uscito da un quadro impressionista: parchi, canali, verde, vie strette, abitazioni tradizionali… incredibile pensare che secoli fa fosse una zona malfamata. Proprio in quei luoghi ameni ho imparato che l’inno inglese God saves the King ha le stesse note di un canto francese in cui si augurava al re di uscire vivo e senza complicazioni da un’operazione chirurgica contro la scrofola.

Come alla guida fosse venuto in mente un simile collegamento proprio non me lo ricordo.

Strasburgo è attraversata da vari canali, nonché una città moderna che ha saputo prendersi cura delle sue parti storiche e integrarle senza snaturarle. È piena di piste riservate ai ciclisti – in certe zone è fisicamente impossibile andare in macchina, o addirittura bisogna salire in barca – ed è una delle zone più diversificate come etnie e credo religioso in Europa. La convivenza è pacifica, ma non occorre grattare molto per trovare tracce di ipocrisia. La sua Cattedrale di Notre Dame è a dir poco impressionante, altissima e ricca di simboli nascosti in dettagli che un turista frettoloso difficilmente potrà notare. Per tacere delle sue vetrate, del rosone, degli arredi interni, le reliquie, i quadri… Uno spettacolo.

L’unico cruccio è non essere riuscita a mettere sotto i denti una goffre de Lieg (le goffre francesi sono parenti dei waffle e sono ottime di sapore). Liegi non era molto lontana.

 

Durante il pomeriggio abbiamo fatto una sosta a Spira, dove abbiamo visitato l’imponente duomo romanico. L’interno era relativamente spoglio, in pietre bianche e rosse. La sobrietà di questo luogo e il suo silenzio mi hanno fatto una profonda impressione: il duomo gotico di Strasburgo era bellissimo e affollatissimo, sia di visitatori, sia di infiniti dettagli. Questo duomo, invece, aveva un tipo diverso di fascino: conciliava la quiete e la preghiera – come in teoria dovrebbero fare le chiese. Contiene anche le tombe piuttosto semplici di re carolingi. Mi ha colpito la loro differenza rispetto a quelle degli Asburgo e altri nobili; questi ultimi hanno tombe iper decorate in chiese o cimiteri enormi, mentre i re carolingi vivevano e morivano in maggior sobrietà – o almeno consideravano la sobrietà una virtù. Ci sono anche delle reliquie e i resti di affreschi di secoli fa.

Usciti dalla chiesa, c’è una vasta piazza e due lunghissime vie piene di negozi di ogni tipo: di vestiti, scarpe, fiori, cappelli, bar, ristoranti, gelaterie italiane, supermercati … se qualcuno pensa a un luogo stereotipico francese da cartolina ci è molto vicino. C’erano piccole strutture curiose, fioriere e una marea di dettagli a contendersi la mia attenzione – il tutto curatissimo e pulito. Un bel pomeriggio.

Alla sera siamo andati a dormire al Leonardo Royal Hotel a Manheim, ma senza la città perché la mattina dopo siamo partiti per quello che si sarebbe rivelato il mio secondo posto preferito di tutta la gita: Heidelberg. Costruita tra un fiume e due colline, è una città pittoresca sede di una delle più importanti università di medicina al mondo – al punto che secondo la guida questo è un ottimo posto per sentirsi male, vista l’abbondanza di dottori e la sovrabbondanza di ospedali rispetto al bisogno. La popolazione giovane fa di questa città molto tradizionale nell’architettura un posto vivace, soprattutto di notte e molto meno alla mattina. Ho toccato con mano che prima delle dieci-undici non c’è granché di aperto o vivo – e da nottambula, questa cosa mi è piaciuta molto.

È stata una sorpresa piacevole constatare quanto i miei timori sulla cucina fossero infondati; se, come la sottoscritta, si apprezzano carne, insaccati, wurstel e patate qualcosa di buono da mettere sotto i denti lo si trova facilmente. Heidelberg in particolare è ricca di ristoranti di qualsiasi cucina, al punto che il problema è stato scegliere. Alla fine ho optato per quello che un tempo era l’unico caffè alla moda della città, nonché l’unico frequentato da ragazze; i maschietti ne stavano fuori e si arrischiavano al massimo a inviare dolcetti (chiamati non a caso “il bacio dello studente”) a coloro che ne stavano all’interno. Se interessata, la donzella ricambiava il messaggio con un altro e si pappava il dolcetto, in caso contrario si pappava il dolcetto e basta.

Con me questo sistema poteva funzionare alla grande. Nel ristorante che c’è ora si mangia benissimo; non ho potuto fare a meno di sorridere quando ho addentato la carne tipica del posto con salsa al curry e patate fritte mentre due turiste si erano prese un’insalata. Essendo emiliana, con insaccati e carne mi sento a casa.

Non lontano da lì c’è una cioccolateria che vende quegli stessi dolcetti, più altri prodotti a base di cioccolato – ho trovato un po’ deludente il sapore del bacio dello studente, ma non delle altre cose che ho comprato.

Se ci sono dei posti dove non devo entrare se non voglio assassinarmi il portafoglio sono proprio le cioccolaterie e le librerie.

Heidelberg è anche molto ricca di storia: è sovrastata da un castello impressionante appartenuto alla famiglia dell’imperatrice Sissi che fu parzialmente distrutto nel corso della guerra. Erano i padroni di queste terre e spesso riscuotevano i tributi … in vino. Per andare al punto: era un castello pieno di gente perennemente ubriaca dalla mattina alla sera con una botte – ancora esistente – con una capacità di ventimila litri. È così grande che sulla sommità sei coppie possono ballarci il valzer. Sfortunatamente, i tubi erano in piombo e l’unico a salvarsi dall’avvelenamento fu il buffone di corte, un italiano che beveva direttamente alla fonte da un rubinetto più piccolo fatto di un materiale non tossico.

Tra i gruppi di studenti dell’università permangono riti secolari, come l’usanza dei duelli all’arma bianca per entrare in quelli più in vista. A differenza del tempo in cui mostrare cicatrici in faccia per queste battaglie era un segno di coraggio, oggi usano tutte le protezioni del caso. (Hitler vietò tale costume perché quei volti sfregiati contrastavano con le sue idee sulla “bellezza ariana”).

Non mi sento offesa dal fatto che ciò sia tuttora riservato a persone di sesso maschile. Perché coinvolgere anche le ragazze in questo tipico esempio di stupidità maschile? Se si vuole diventare esperti in questa disciplina antica esistono scuole di scherma ufficiali aperte ad ambo i sessi.

Recentemente ho letto un libro che parla delle usanze universitarie nell’Italia medievale, e questa non è la meno folle.

Dopo il mio gustosissimo pranzo libero solitario, mi sono riunita al gruppo e siamo andati a visitare Treviri. È una città dove l’impronta romana è molto forte, nonché sentita come tale dagli abitanti. C’è un ex basilica gigante, la Porta Nigra dai mattoni anneriti, negozi ovunque, la statua di un pensatore per cui non nutro una grande stima (Marx, che aveva passato in questa città gli anni della sua infanzia. Suddetta statua è un regalo del governo cinese che la città accettò non senza imbarazzo, mettendola in una piazza più piccola e dalle dimensioni più ridotte di quanto doveva essere all’inizio), le Terme, l’Anfiteatro … non ho potuto visitare tutto, ma nel complesso mi sento di dire che mi è sembrata più anonima rispetto alle città già viste. In compenso l’hotel di quella sera, il Vienna House Easy Trier, è stato di gran lunga il migliore come cucina.

Ma il mio posto preferito è stata la città che abbiamo visitato il giorno dopo: Aquisgrana. Non vedevo l’ora di arrivarci per più ragioni personali, non ultima delle quali la possibilità di acquistare i loro tipici dolcetti Nobis Aachener Printen (che, tradotto, suona “dolci Printen di Aquisgrana della ditta Nobis”). La città dove vivo è gemellata con Neulingen, vicina ad Aquisgrana e ogni anno, per Natale, i suoi abitanti venivano a vendere i loro dolci tipici, tra cui i Printen. Da anni, tuttavia, non si sono più fatti vedere e la mia voglia di metterci sopra i denti è sempre rimasta frustrata, una nostalgia per un sapore andato perduto nel passaggio dall’infanzia all’età adulta. Ovviamente ho comprato la scatola più grande che potevo portare a mano.

Tuttavia questa non è l’unica ragione: uno dei motivi principali per cui ho voluto questo viaggio era che desideravo vedere dal vivo la cappella Palatina. È un luogo legato strettamente a Carlo Magno, l’impero carolingio e le leggende sui cavalieri palatini. In origine i “cavalieri palatini” (poi diventati “paladini” per una storpiatura) erano cavalieri investiti di questo titolo da Carlo Magno in persona e i suoi successori in questa cappella, costruita in modo tale da inculcare l’idea che a sedere sul trono erano i successori dei romani, i capi del sacro romano impero. È modellata sulla base di come allora credevano fossero i massimi luoghi del potere romani: i palazzi di Ravenna, ricchi di mosaici dorati.

Dire che questa cappella è tappezzata di mosaici dorati e infiniti piccoli dettagli e altre opere d’arte è un grosso eufemismo. Ci sarei rimasta per tutto il pomeriggio a cercare di afferrare ogni singolo dettaglio, dai soffitti, all’oro, al candeliere sotto cui possono stare venti persone donato da Clodoveo, all’arca dorata dove sono custoditi gli abiti dei re magi, il pavimento in marmo decorato, le statue, le opere in legno …

A tutto ciò va aggiunto che ho una grandissima fascinazione per l’epica cavalleresca; ho letto avidamente L’Orlando innamorato, il Furioso (due volte), la Gerusalemme liberata e persino la collezione delle storie di Chretien de Troyes, il primo autore a menzionare il sacro Graal. Sono storie che adoro e hanno lasciato un profondo segno anche nella cultura pop. Non sempre i cavalieri sono i buoni, ma buona parte della loro iconografia e concept è rimasta intatta nel passare dei secoli. Poter visitare dal vivo luoghi strettamente legati alle origini di queste storie è stato magico.

La cappella palatina fa parte di un complesso di chiese che è complicato visitare perché per alcune parti occorrono permessi speciali e tutte hanno ingressi diversi. La cappella è la parte più antica e originale, mentre il resto è stato rimaneggiato nel passare dei secoli. Mi è dispiaciuto non poter visitare tutto il complesso, ma ho potuto comunque fare un giro veloce al museo del tesoro. Se, come me, amate o provate anche un solo un minimo di curiosità per l’arte medievale e vorreste vedere dal vivo opere come il reliquario d’oro con la testa di Carlo Magno e le croci d’oro piene di gemme, questo museo è da non perdere. Ci sono questi e altri oggetti meravigliosi come gioielli, reliquari, fibbie, persino un olifante (lo stesso strumento che Orlando suonò prima di morire, nel disperato tentativo di chiedere aiuto). C’è anche un museo di fotografia nel piano inferiore, ma il tempo a mia disposizione era limitato. È stata un’esperienza magica e meravigliosa. La testa di Carlo Magno è impressionante perché l’hanno posta in una teca all’altezza che aveva da vivo (ed era alto due metri). È stato come incontrare un gigante d’oro tra i padri dell’Europa.

Tutto questo (arraffare i biscotti, visitare la cappella Palatina e il museo del tesoro e comprarmi un panino per il pranzo) l’ho fatto in un’ora.

Per il resto, Aquisgrana ha un bellissimo centro storico pittoresco pieno di negozietti interessanti, ma altre parti sono più anonime. Ci sono anche le terme (“Aquis Granae” in latino significa “acque di Grano”, una divinità locale legata alle sorgenti termali). Carlo Magno andava matto per i bagni in queste terme; aveva fatto costruire grandi stabilimenti in cui poteva fare il bagno coi suoi cavalieri più fidati – una curiosa coincidenza coi gusti dei giapponesi.

Aquisgrana ha molti resti di epoca romana e carolingia, ma non tutti sono visitabili e originali. La reggia dove Carlo svolgeva compiti amministrativi è ancora in piedi e ora è usata come municipio. Ho fatto anche in tempo vedere alcuni scorci pittoreschi e una statua di marionette che chiunque può modificare cambiando la posizione e postura dei personaggi – caricature di varie professioni.

 

Durante il pomeriggio abbiamo visitato il centro di Colonia, la cui cattedrale è così grande che mi ci sono letteralmente persa dentro. A mia discolpa posso solo dire che era colossale e davo per scontato di uscire da dov’ero entrata. Non è stato così e ho dovuto trovare un’uscita sul fianco, fare il giro dell’oca e avere la fortuna di incontrare un membro del mio gruppo che mi ha visto e ha avuto pietà di me. Non aiuta il fatto che avessi il naso perennemente all’insu per tentare di cogliere le vetrate in tutto il loro splendore.

Si è capito che ho un debole per le cattedrali gotiche?

Siamo stati anche nel negozio legato alla famosa acqua di Colonia, dove abbiamo visitato un piccolo museo dedicato alla storia dei profumi e le prime leggi a protezione del copyright – gli imitatori erano innumerevoli. La persona dietro all’acqua di Colonia era un italiano. L’hotel di quella sera, Courtyard By Marriott Cologne, è stato il migliore come doccia e buffet colazione.

 

Il giorno dopo abbiamo visitato Bonn, la città natale di Beethoven nonché sede di un museo a lui dedicato – a parte questo, non mi è sembrata un posto meritevole di visite approfondite. C’è un centro carino e il negozio da cui è partito il colosso dei dolciumi Haribo (che ho scoperto essere un acronimo per Hans Ri[il resto del cognome del fondatore non me lo ricordo] Bonn). Ovviamente l’ho visitato, ma vi assicuro che il 99% delle caramelle si trova anche qua in Italia od online.

 

Nel pomeriggio abbiamo visitato il castello in cima alla collina del Drachenfels, arrivandoci con la più antica cremagliera del paese. Questa collina è legata a innumerevoli leggende e storie del folklore tedesco; qua avrebbe abitato il drago affrontato e sconfitto dall’eroe Sigfrid, che volle rendersi invulnerabile bagnandosi nel sangue della bestia, ma non si accorse che una parte del suo corpo era stata coperta da una foglia. Vi lascio immaginare in che punto lo ha beccato il suo assassino.

Il panorama sul Reno, le valli, città e colline è a dir poco mozzafiato. L’unica nota stonata è che il castello, pur bellissimo, era molto affollato da altri turisti e sapeva di “finto”. Costruito da un affarista ottocentesco che purtroppo non poté mai abitarvi, fu destinato a molti usi prima di diventare il museo che è oggi. Continua a essere uno spettacolo; ad esempio, ci sono vetrate che ritraggono condottieri e pensatori famosi, tra cui alcuni presidenti d’America. Ci sono anche arazzi e affreschi.

Tuttavia l’affollamento e i negozi pieni di souvenir hanno tolto un po’ di magia.

 

In serata siamo arrivati a Coblenza, città posta sulla confluenza dei fiumi Reno e Mosella – chiamati affettuosamente dai tedeschi “papà Reno” e “mamma Mosella”. Siamo stati nel punto preciso in cui i due fiumi si fondono; c’è una bellissima passeggiata con una statua colossale. La città ha una forte cultura del vino che viene dalle coltivazioni a ridosso dei due fiumi. Non ho avuto modo di visitarla a fondo, ma ha comunque un bel centro storico, un duomo notevole e molti scorci pittoreschi. È ovviamente piena di bar, pub e ristoranti. Ho provato una grande sensazione di libertà, coraggio e scoperta quando sono tornata col gruppo verso le undici – normalmente non mi azzardo a uscire da sola quando cala il sole. Con quelle luci e il lungofiume, mi sembrava di trovarmi a Saint Canard, la città di Darkwing Duck, a vivere una grande avventura (e non avevo neanche toccato l’alcol).

 

Il giorno dopo siamo andati a Boppard, una cittadina pittoresca ma senza nulla di particolare. La parte migliore della giornata è stata la crociera sul Reno, con partenza, appunto, da Boppard e arrivo a Bacharach.

Credo che solo allora io mi sia resa conto di quanto è grande il Reno. Non è soltanto un fiume piuttosto lungo, ma è anche molto, molto, MOLTO largo. Due navi da crociera possono procedere in senso opposto senza toccarsi; per me, abituata a fiumi meno imponenti come il Secchia o il Po ha fatto un grande effetto. Era come navigare in un piccolo mare. Gli scorci sono stati belli, il sole sul viso, il vento … un pomeriggio tranquillo senza corse è stato molto gradito.

Da Bacharach siamo poi partiti per l’ultima città del tour: Magonza – città d’origine di Gano, il traditore di Carlo Magno e i suoi paladini nelle leggende. È una città molto “vignaiola”, dove tutti i sabati parte il mercatino del vino a partire dalle 10.00 e la gente attacca a bere già a quell’ora.

Forse lo stereotipo del tedesco sempre ubriaco non è una fantasia cattiva basata sul nulla.

A Magonza il carnevale è molto sentito, al punto che gli è dedicata una statua enorme nella piazza, piena di piccoli dettagli il cui senso sfugge al passante frettoloso o non abbastanza ferrato sui costumi della città. Ad esempio il dettaglio del gatto ai piedi della statua è un riferimento alla sbronza – uno che si sveglia in quelle condizioni viene chiamato “gatto”. Abbiamo visitato molto più in fretta di quanto avrei voluto il museo dedicato a Gutenberg e alla stampa; ospita alcuni manoscritti medievali – adoro anche questi – ma anche i primi volumi a stampa, che per dimensioni, immagini e altri aspetti sono piuttosto lontani da quelli odierni. La visita è stata breve perché il museo era sul punto di chiudere per ristrutturazioni che dureranno mesi, forse anni.

Ma senza alcun dubbio la cosa più bella di Magonza sono le vetrate della chiesa di Santo Stefano fatte da Chagall. L’armonia di questi colori azzurri è indescrivibile a parole. C’erano dei turisti, ma l’atmosfera restava incantata. Sarei potuta rimanere ore, se non giorni, in contemplazione; il mutare della luce rende la vista mai uguale, ma non potevano passare lì tutto il pomeriggio – e l’unico modo per gustarsi una minima parte di tanta bellezza è comprare delle cartoline, perché trovare delle foto che rendano giustizia a quella luce è impossibile, a meno di non essere professionisti o ricorrere a loro.

Da Magonza sono poi ripartita alla volta di casa il giorno dopo, con un sacco pieno di dolcetti, guide, biro e segnalibri – i miei tipi di souvenir preferiti.

È stato un viaggio che non ho dimenticato; non escludo di tornare in Germania a visitare qualcos’altro, un giorno. Un altro piccolo proposito per l’anno nuovo.

 

Questo articolo ha 0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back To Top