Il mio novembre di letture è stato ricco di sorprese, non tutte positive. Eccovi il wrap-up!
Ho iniziato il mese con il manga Magical buffs: the support caster is stronger than he realized! In un mondo che funziona secondo meccaniche da videogioco, il protagonista viene buttato fuori dal party che lo maltrattava. Il suo potere – che consiste nell’amplificare quello altrui – era percepito come inutile e meno figo di chi combatte in prima persona. Ma l’amica psicopatica innamorata di lui fa parte della gilda di avventurieri più forti, glielo segnala e partono tutti insieme a esplorare un dungeon difficile e pieno di mostri. Il leader dell’organizzazione –una valchiria molto ben dotata non soltanto nei muscoli – rimane impressionata da lui.
Già dalla premessa è chiaro che non sarà la storia più originale del mondo; infatti non mi aspettavo di leggere un capolavoro, ma sono rimasta delusa lo stesso. Ogni tot non mi dispiacciono affatto storie di perdenti-in-realtà-fortissimi-ma-che-nessuno-si-è-filato-per-anni-creandogli-seri-problemi-di-autostima, ma devono comunque avere un minimo di cura nell’ambientazione e nei personaggi per arrivare alla sufficienza. Qua, se c’è stata della cura, è andata tutta nel character design dei personaggi femminili e in poco altro.
Per l’ambientazione l’autore è andato a pescare nel cestone letterario dei cliché fantasy così usati da essere in sconto, senza aggiungerci nulla di suo che li rendesse memorabili. La spiegazione su come funzioni la magia e il sistema dei livelli oscilla tra essere uno spiegone interminabile e una barzelletta pietosa – sulla falsariga di quei film pessimamente scritti in cui un personaggio scherza su un buco di trama grosso come una casa senza si faccia nulla per rimediarci. È come evidenziare con la vernice fosforescente una buca nell’asfalto e non colmarla mai; la tentazione di dire “grazie al ca***” è irresistibile.
Un’altra questione è fino a che punto l’invidia possa istupidire. Per farsi accettare dal suo pessimo party il protagonista si è fatto un mazzo così, diventando uno dei più forti in assoluto nel fare magie di supporto; possibile che i suoi compagni, per quanto cartoonescamente malvagi, non se ne siano mai accorti? Mai un dubbio nemmeno una volta? Non aveva più senso continuare a torturarlo psicologicamente perché lavorasse per loro?
Perché l’amica psicopatica che gli ha messo addosso un tracciatore di posizione si è innamorata di lui? C’è almeno uno straccio di indizio sul loro passato?
No, è inutile farmi domande, lei non è nemmeno un personaggio, è il cliché della donnina bella, carina e possessiva e ferocemente attaccata al protagonista manco fosse un rottweiler. È tutto quello che è ed è futile farsi altre domande.
Il protagonista, poi, è fastidioso. Purtroppo non è il più fastidioso in cui mi sono imbattuta questo mese, ma è comunque seccante. Da scrittrice, so che può essere difficile azzeccare la giusta dose di sfiga e tristezza in modo che il lettore non possa né sottovalutarle, né vedere il protagonista come una caricatura esagerata di Paperino. Da lettrice, posso assicurarvi che è peggio di Paperino, è un complessato emo di prima categoria che non riesce manco a camminare con la schiena dritta e ogni tre secondi si chiede cosa abbia fatto di sbagliato o come sia possibile ricevere lodi. È umano, ma vedere ripetuti per la triliardesima volta la stessa faccia triste e dubbiosa con gli stessi pensieri diventa giusto un po’ ripetitivo e seccante per il lettore. Ci sono storie in cui personaggi che hanno subito abusi partono da una situazione simile e ci mettono un po’ a risollevarsi, ma qua è un tema trattato malissimo. Manco Cenerentola era così sottomessa.
Sarei disposta a dare a questa serie un’altra chance, ma solo se uscirà la light novel da cui è stata tratta – in cui, sperabilmente, ci sarà una maggior cura per la psicologia dei personaggi.
I quattro fratelli Yuzuki è un manga che mi era stato dato in omaggio al Salone del libro. Appartiene a un genere con cui ho un rapporto di odio-amore: lo slice of life. In Italia probabilmente lo chiameremmo “realismo”, ma contrariamente a come suggerirebbe questa parola, è un genere che è del tutto slegato all’idea di denuncia sociale: l’anima dello slice of life non è il grido di denuncia o il richiamo all’azione, bensì una sincera ode d’amore alle gioie del quotidiano, per loro natura sfuggenti e preziosissime, senza tacere i bassi e il grigiore del reale. Questo tipo di storie mette al centro la vita quotidiana fatta di piccole cose; è un genere che se mischiato con altri ingredienti non mi dispiace affatto, ma non sempre mi attira perché il rischio di trovarlo noioso è sempre dietro l’angolo.
Il disegno è molto carino e adeguato alla storia, che tratta di quattro fratelli che continuano le loro vite dopo la morte improvvisa dei genitori: il disagio del maggiore che si ritrova a fare il capofamiglia a soli vent’anni, le vite all’asilo ed elementari dei fratelli più piccoli, le incomprensioni e riconciliazioni… niente di trascendentale o caricato. Suona autentico e sincero, al punto da avermi commossa un paio di volte. Non ci sono psicodrammi caricaturali né idilli, solo piccoli problemi quotidiani con alti e bassi.
Mi è piaciuto più di quanto avessi preventivato, ma non provo il desiderio di continuare la serie.
Andando a trovare mia sorella, ho trovato il tredicesimo volume del manga I diari della speziale. Potevo non leggerlo?
L’ho divorato la sera stessa del mio arrivo, ritrovando quello stile di disegno che è una gioia per gli occhi. La storia ha chiuso una trama avviata nei volumi precedenti e ne ha aperta un’altra grossa come un portone. Si ha la sensazione che tutto entrerà ancora più nel vivo, aggiungendo al già presente giallo una tinta più robusta di intrighi politici. Non mi dispiace, ma al contempo vi confesso che l’unico motivo per cui seguo questa serie è che trovo i manga in giro; non provo alcun desiderio di comprarli, visti i miei rapporti non ottimi col giallo.
Non avevo aspettative particolarmente alte per Too strong to belong! Banished to another world ma è stato comunque una delusione. I personaggi e l’ambientazione non sono malaccio, il problema è la protagonista, una gallina scervellata con una forza fisica mostruosa e pensieri così abissalmente idioti e fuori dal mondo da avermi fatto sorgere il sospetto che l’autore sia un misogino.
Lei e il suo amico d’infanzia – che palesemente la ama ma vi ho già menzionato che le sottigliezze non sono il suo forte – finiscono proiettati in un altro mondo per preservare il sistema del fato sulla Terra. In quella Terra apparentemente uguale alla nostra la libertà non esiste, i destini sono tutti scritti e il compito delle varie divinità è assicurarsi che si svolga tutto secondo copione. Ma la protagonista, sopravvivendo a un incidente anni fa, è andata contro il suo fato, e l’universo continua a tentare di ucciderla mandandole contro gru, macchine e qualsiasi accidente immaginabile. In uno di questi rimane coinvolto anche l’amico, incontrano una divinità che gli spiega la faccenda e offre loro una soluzione: andare a vivere in un altro pianeta dove i destini sono meno rigidi.
Ovviamente si tratta di un mondo pseudo medievale alla DnD e iniziano presto ad aggirarvisi, incontrare gente, mostri, eccetera. Quei pochi accenni di costruzione del mondo e psicologia dei personaggi sono ben fatti, il problema è che i tre quarti della storia sono narrati dal punto di vista del personaggio più idiota e meno interessante di tutti: la protagonista. Ha una forza fisica da rivaleggiare Ercole ed è praticamente invulnerabile, ma giunta in quel nuovo mondo decide a caso di volere vivere una storia d’amore e voler essere trattata come una principessa delicata e fragile. Nasconde la sua forza anche quando ciò mette in pericolo la vita degli altri e il futuro suo e del suo amico.
Quest’ultimo è il mio personaggio preferito e l’ho compatito MOLTO di più dell’eroe prescelto di quel mondo e sua madre – che pure ne hanno patite parecchie. Mettetevi nei suoi panni: ami da tutta la vita, fin dall’infanzia una persona che non ti fila nemmeno di striscio e insiste per chiamarti sempre “fratello” o “amico”. Fai di tutto per questa persona, che è forte ma non ha un gran cervello e senza di te sarebbe finita col didietro per terra, senza soldi e/o in prigione già mille volte. Sei anche disposto ad abbandonare la Terra e finire in un pianeta di cui non sai nulla, senza appoggi e senza soldi, pur di restarle accanto. Ti fai un mazzo così a cercare un alloggio sicuro, persone affidabili, scoprire come funzionano lì le cose, quale possibile lavoro scegliere, trovare le risorse anche solo per il cibo e i vestiti, pianificare il futuro, dormire per terra – perché col cavolo che l’altra persona ha capito il motivo per cui non te la senti di dormire nel suo stesso letto e anzi, si farà idee completamente sbagliate sulle tue preferenze sessuali … e l’altra persona si innamora a prima vista, ricambiata, del primo belloccio che passa.
L’eroe predestinato non è una cattiva persona e non è male come personaggio, ma l’odio per la protagonista – che vive nel suo mondo di nuvole dove lei è una fragile principessa che ha tanto bisogno che uomini belli e giovani si prendano cura di lei (vi assicuro che è un’accurata parafrasi del suo pensiero) – non ha fatto altro che salirmi. Tutto ciò mettendo in conto che all’amore non si comanda e non era corretto pretendere a tutti i costi che ricambiasse l’amico.
Capisco fantasticare sul rosa e romanticherie assortite, ma non il non prendere sul serio eventi come un cambio di pianeta e la necessità di trovarsi un tetto sopra la testa e rifarsi una vita altrove; va completamente al di là di ciò che mi è possibile capire. La mia sospensione di incredulità ha dei limiti. La protagonista non è solo scema, ma anche una pazza egoista che mette più volte in pericolo il cast, il futuro suo e dell’amico, nonché la salute mentale e fisica di quest’ultimo.
E proprio quando stavo pensando che la storia non poteva cadere più in basso di così, dal nulla ciccia fuori il re demone, la causa ultima del Male di quel mondo, lei lo prende a padelle in faccia, lui si rabbonisce e decide che la sposerà.
Perché il triangolo non bastava, doveva esserci un altro pretendente, meglio ancora se rendeva totalmente futile e nonsense quel buono che c’era nella costruzione del mondo.
Tutti i pretendenti hanno confessato alla protagonista i loro sentimenti e lei reagisce fantasticando sugli uni e gli altri e godendosi le attenzioni, volando dall’uno all’altro a seconda di come gira il vento. Vorrei tanto che l’amico la mollasse e/o trattasse come una sorella, mi dispiace troppo per lui.
Ho scoperto solo a fine lettura che questo romanzo è stata una delle prime prove di Kazuki Karasawa, che più tardi avrebbe scritto The weakest manga villainess wants her freedom, una delle light novel che ho amato di più e più consiglio a chi ci si affaccia per la prima volta. Ci sono dei cliché ma sono giocati in modo intelligente e fresco, e la costruzione del mondo e della psicologia dei personaggi è più che soddisfacente.
Mi ha consolato vedere quanto è cresciuto; ciò non toglie che non proseguirei questa serie per tutto l’oro del mondo.
Tomb Raider – i diecimila immortali era un altro mattone nel muro della mia TBR del Salone del libro. Non ho mai giocato ai titoli della famosa serie videoludica a cui il libro si ricollega, ma da ciò che mi pareva di capire, la protagonista Lara era un’archeologa coraggiosa e figa, inarrestabile, agile e con una mente di ferro. Niente, né uomini armati né abomini magici risorti dal passato, poteva fermarla.
Invece la Lara di questo libro è una cacasotto mezza sprovveduta alle prese con attacchi di panico e una sindrome da stress post traumatico che mi è sembrata coerente col personaggio come un Robin Hood che mediti se farsi aiutante dello sceriffo di Nottingham perché forse rubare è sbagliato. Tu scrittore puoi dirigere il personaggio dove vuoi, ed è plausibile che una persona in carne e ossa provi dubbi o porti i segni di tragedie passate, il punto è che i personaggi della fiction non sono esseri umani in carne e ossa. Volutamente non tutte le storie sono realistiche, anzi, oserei dire che le storie immortali hanno tutte in sé dei tocchi di fantasy. Nemmeno i film d’azione sarebbero possibili se dovessero attenersi alle più elementari leggi della fisica e della psicologia.
Detto ciò, se questa Lara segnata dal passato avesse vissuto una storia interessante, ci sarei passata sopra senza difficoltà.
No, il problema più grave che mi ha indotto a saltare un terzo dei capitoli è lo stile. Non sembra di leggere una storia, bensì la trascrizione meccanica di un videogioco d’azione: il protagonista fa questa cosa, poi fa l’altra, poi succede l’altra, poi va dal punto A al punto B prendendo il mezzo C che si trova nel tale punto… non c’è emozione, solo una trascrizione di eventi nel modo più asciutto immaginabile. Non fai in tempo a conoscere e affezionarti a un personaggio che quasi subito esplode qualcosa o Lara si accorge di essere seguita – dopo un po’ te lo aspetti e la sorpresa se ne va a quel paese. A un certo punto salta fuori un antagonista a caso che c’entrava come i cavoli a merenda. Le domande “perché?”, “come?” e “chi me lo fa fare di continuare questo libro?” si sono presto affacciate nel mio cervello.
Ed ero a pagina 10. Ho tenuto duro, ma l’unico motivo per cui questo libro è nell’elenco dei libri letti anziché mollati è che dopo essere arrivata intorno a metà ho saltato fino agli ultimi capitoli. Normalmente cerco di non saltare nulla, ma anche se non sembra do un minimo di peso alla mia salute mentale. La realtà mi dà gratis tutte le delusioni e tristezze di cui potrei mai avere voglia, perché dovrei rendermi la vita difficile anche mentre leggo?
Il fatto che questo libro non sia piaciuto nemmeno a mia madre a cui non dispiacciono le storie di avventura, è la conferma definitiva che è stato un buco nell’acqua.
Magi Lumiere – magical girls inc è un manga che unisce il genere delle ragazze magiche a una storia d’ufficio in cui è trattato il tema universale – a me non poco vicino – della persona che si affaccia sul mondo e cerca un luogo/lavoro a cui appartenere.
La storia è ambientata in un mondo simile al nostro dove la tecnologia ha reso possibile lo sterminio di mostri che si infiltrano nelle città affidando a ragazze armi poco convenzionali.
Forse quelle convenzionali avrebbero ridotto le città a macerie; se questo è il caso, il Giappone potrebbe fare un sacco di soldi se vendesse questa tecnologia a Gotham e molte altre città occidentali periodicamente distrutte dai cattivi.
La protagonista cerca invano un lavoro da ufficio, ma finisce coinvolta in un’operazione di sterminio-mostro complicata da fattori esterni quale la negligenza di un capo impiegato. La ragazza-magica chiamata per risolvere il problema rimane colpita da lei e la invita a diventare sua collega nella start-up di cui fa parte.
A una prima occhiata non è nulla di particolarmente complesso, ma il disegno è piuttosto gradevole, sono state gettate le basi per un sacco di cosucce interessanti sui personaggi e il mondo e le protagoniste sono credibili e ben delineate. Non è affatto poco, per un primo volume.
Proseguirò questa serie senza alcun dubbio. La aspettavo con impazienza da quando ne avevo letto l’incipit su un volantino omaggio alla fiera del libro; quando ne ho trovato il primo volume mentre girellavo per la Feltrinelli alla Galleria di Milano non ho proprio potuto resistere. È anche il ricordo di un bel pomeriggio passato per i negozi con la mia famiglia, con conseguente visita alla mostra su Munch al palazzo Reale e cena in centro.
Nella stessa occasione avevo comprato il primo volume di un altro manga di cui avevo sentito parlare piuttosto bene: Dandadan. Una studentessa che crede nell’occulto ma non negli alieni coinvolge in una scommessa un suo compagno che crede ai secondi ma non al primo: ciascuno investigherà su un’area misteriosa per scoprire chi ha ragione. Essendo questa un’opera di fiction, alla domanda se esistano i mostri o gli alieni, la storia risponde in modo affermativo a entrambi. L’incontro con questi esseri avrà conseguenze debilitanti per entrambi i protagonisti e li getterà in una folle avventura per salvarsi e recuperare un importante pezzo andato perso. Lo stile di disegno è incredibile e riesce a rendere l’idea di creature mostruose e senza nome che si rivelano all’improvviso in luoghi quotidiani.
Non vado matta per le opere ricche di linguaggio scurrile, ma devo ammettere che le parolacce in questo contesto non suonano eccessive e funzionano alla grande.
La sola idea di chiamare “turbo-nonna” una creatura così orrenda mi fa ridere, non so perché. Forse c’entra il ricordo delle macchinine hot-wheels con cui giocavo da bambina coi cugini, ché davamo a tutte il nome “turbo”.
La caratterizzazione è di ottimo livello.
L’unica pecca in tutto ciò sono alcuni momenti di fanservice che mi hanno messa a disagio; erano fatti per mettere a disagio il lettore e me ne rendo conto, ma mi è rimasto comunque un cattivo sapore in bocca.
Un’altra serie che continuerò!
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